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giovedì 24 marzo 2011

“Internet ci rende stupidi? Come la Rete sta cambiando il nostro cervello”

Nel luglio del 2008 un articolo pubblicato su “The Atlantic” che portava la firma dello scrittore americano Nicholas Carr innescò una fitta ridda di polemiche e discussioni poiché sosteneva la tesi che Internet stesse riducendo l’abilità di concentrazione dell’uomo.
A più di due anni e mezzo di distanza, Carr pubblica un libro dal provocatorio titolo “Internet ci rende stupidi? Come la Rete sta cambiando il nostro cervello”, in cui prende ispirazione proprio da quell’articolo per poi svilupparne la tematica.
Nicholas Carr fa riferimento persino a Marshall McLuhan, che in “Galassia Gutenberg” analizzava il rapporto tra uomo e medium: “Internet e i nuovi device influenzano l’uomo e il suo cervello. L’abbiamo visto per l’alfabeto, la stampa, e anche per l’orologio e le mappe”. La rete sta però peggiorando la nostra capacità di rimanere attenti e concentrati, per esempio, nella lettura di un libro, in quanto offre troppi motivi di distrazione.

lunedì 24 gennaio 2011

Il rumore dell’immagine. La televisione come profezia, una definizione degli anni ’70 del gruppo di Jervis Comba

In un testo degli anni ’70 il gruppo di Jervis Comba (conosciuta per la prefazione a Ronald David Laing, 'L'io diviso') adoperava visionarie metafore per definire la televisione, paragonandola ad episodi dell’Antico Testamento. Esaminando la rappresentazione dell’annunciazione dell’arcangelo Gabriele a Maria, l’angelo veniva definito contemporaneamente il messaggio e il medium, con riferimento alla definizione di Marshall McLuhan “il medium è il messaggio”. L’iconografia dell’annunciazione diveniva a quel punto “l’annuncio pubblicitario dell’invenzione di un nuovo medium”, cioè la televisione. “Il segnale televisivo percorre senza sosta il mondo immaginale. La profezia è la messa in memoria di questo segnale… In questo teatro della memoria, la profezia è un dato immediato della scienza televisiva… La profezia e l’archeologia magnetica sono le due dimensioni estreme del segnale televisivo, la sua ampiezza”, si affermava. Il tempo della televisione veniva definito il terzo momento, dopo quello del Padre e del Figlio: “la televisione è il medium del terzo tipo. In questo senso la televisione è la realizzazione della profezia. Il compimento dei tempi. L’illuminazione dei tempi andati. Secondo la profezia di Gioacchino da Fiore il tempo del terzo Vangelo… Il tempo dello spirito, il tempo del codice, il tempo del numerico”. L’immagine televisiva, però, proprio come la fiamma che vede Mosè, non è reale e non esiste: “non brucia ed è impossibile contornarla… E’ un’apparizione, il fantasma di un’immagine, un puro simulacro, una leggera illusione. L’immagine della televisione è l’immagine onirica del nostro torpore”. Nel testo si accostava poi la televisione ad un serie di relazioni: “la relazione del terzo tipo non è più nominale, né ‘numeraire’, è numerica: la decifrazione di un codice. Decifrare ciò che è codificato è svelare, scoprire un segreto”. All’interno di queste relazioni la televisione è assimilabile a ruoli umani: “la televisione non ha preso il posto di nessuno. Gli altri si sono cancellati davanti a lei”. Il nuovo medium si sostituisce in particolare, a volte nella rassomiglianza e a volte nella differenza, alla figura del padre e della madre: “le donne sono già riciclate nella pubblicità, ovvero nella televisione. Sono il messaggio pubblicitario: il desiderio di acquisto, cioè la pubblicità stessa. La pubblicità è il messaggio della televisione… La televisione è pubblicitaria e dissipatrice”; al contrario del padre-padrone, invece,“la televisione non è percepita come repressiva. Secerne un rapporto di polo positivo. Non è un’aggressione dall’esterno. E’ ‘di casa’, nella calda intimità, seduce piuttosto che punire” e può avere un ruolo educativo: “la televisione mostra, dà a vedere: mostra come comportarsi, il modo di essere come si deve”.

giovedì 13 gennaio 2011

100 anni di futuro

Avrebbe cent’anni se fosse ancora vivo il geniale e, possiamo ben dirlo, profetico inventore della definizione di "globale". Il canadese Marshall McLuhan, grande teorico delle comunicazioni e raffinato critico letterario, era nato nel 1911, morì nel 1980 e il suo libro chiave, Guerra e pace nel villaggio globale, risale addirittura al ‘69. In pieno dibattito e scontro sulla globalizzazione pochi sembrano ricordarsi di lui. McLuhan era partito da lontano nel definire le sue teorie, dalla cultura "orale-uditiva", come la chiamò, prima dell’invenzione della stampa. Si trattava di una cultura compatta almeno nel mondo occidentale che subì una trasformazione epocale quando, per rifarsi al titolo di un altro libro chiave di McLuhan, prese forma la "Galassia Gutenberg". McLuhan si servì addirittura dello shakespeariano Re Lear per indicare il momento decisivo di passaggio da un "mondo di ruoli" a un "mondo di mestieri".

martedì 4 gennaio 2011

Il lato spirituale di McLuhan: ancora tecno umanesimo

"Sono pronto a mettermi in caccia di Dio" così scriveva alla madre in lunghe lettere, durante la sua giovinezza. E poi le letture: era dedito alle letture comparate della Bibbia in molte lingue (latino, francese, tedesco, italiano, spagnolo oltre all’inglese), oltre ad essere un profondo conoscitore di Chesterton e Cervantes, ma anche di San Tommaso e San Francesco, non meno che di Rabelais e Balzac. Le testimonianze sulla sua vicinanza alla spiritualità e al cattolicesimo sono raccolte in “La luce e il mezzo”con l’introduzione del figlio Eric.